
Consiglio
Il Consiglio Comunale dello scorso 22 dicembre non è stato solo un passaggio burocratico per l’approvazione del bilancio; è stato il punto di non ritorno di un modo di intendere le istituzioni che Bibbiena non merita. Mentre dai banchi della minoranza venivano sollevate critiche puntuali, documentate e severe su un Documento di Programmazione (DUP) che ipoteca il futuro del territorio, la risposta dell’amministrazione è stata un muro di gomma fatto di silenzio, distrazione e sufficienza.
Questo silenzio non riguarda la normale dialettica tra maggioranza e opposizione. Riguarda il funzionamento stesso della democrazia locale. Il Consiglio comunale non è un passaggio burocratico né una formalità da sbrigare: è il luogo in cui le decisioni che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini dovrebbero essere spiegate, discusse e messe a confronto. Quando questo passaggio viene sistematicamente svuotato, il problema non è politico in senso stretto, ma civico.
La seduta di questo ultimo Consiglio piú che mai lo ha mostrato chiaramente. Mentre dai banchi della minoranza venivano sollevate questioni concrete – la sicurezza delle scuole, l’aumento dei costi di mensa e servizi cimiteriali, il declino economico e la fuga dei giovani – l’aula restituiva l’immagine di un’assemblea distratta e disattenta. Interventi accompagnati da consultazioni continue dei telefoni, commenti sottovoce, audio che partivano improvvisamente interrompendo la discussione. Non è una mancanza di rispetto verso di noi, ma verso voi: verso quella parte di comunità che attraverso quei consiglieri chiedeva risposte su temi che riguardano tutti.
Di fronte a un’analisi dettagliata delle mancanze strutturali di questa giunta, l’unica reazione verbale è stata un frettoloso e sprezzante: “Vabbè, rispettiamo ogni opinione, e comunque la popolazione è cresciuta nel nostro Comune”. Una frase che liquida anni di immobilismo con un’alzata di spalle, come se il governo di una comunità fosse un esercizio di retorica e non di responsabilità.
Questa impostazione emerge con ancora più chiarezza nel metodo di lavoro adottato. Il Bilancio di previsione e il DUP sono stati portati in Consiglio senza che fosse convocata la Commissione competente, nonostante si trattasse di documenti complessi e decisivi. La mancata convocazione è stata giustificata con un generico “non ci siamo capiti su chi dovesse farlo”, una spiegazione che fatica a reggere di fronte all’importanza degli atti in discussione e che, di fatto, ha impedito qualsiasi confronto preventivo sui numeri e sulle scelte.
Allo stesso modo, strumenti basilari di trasparenza e partecipazione restano bloccati da mesi. Persino il regolamento sullo streaming delle sedute, già pronto e validato anche sotto il profilo tecnico, continua a essere rinviato senza motivazioni sostanziali. Scelte che producono un effetto molto concreto: tenere i cittadini lontani dai luoghi in cui si decide.
Si potrebbe pensare che tutto questo abbia un impatto limitato sulla vita quotidiana delle persone. È vero l’opposto. Una democrazia che non discute e non spiega genera decisioni più deboli e meno controllabili. Quando il confronto viene evitato, diventa più facile aumentare tariffe e costi dei servizi senza un reale dibattito pubblico, accumulare risorse senza chiarire perché non vengano utilizzate, rinviare interventi essenziali senza doverne rendere conto.
Quando il confronto viene ridotto a un adempimento formale, i cittadini non perdono solo la possibilità di essere rappresentati, ma anche quella di comprendere. Comprendere perché alcune priorità slittano di anno in anno, perché i servizi diventano più cari, perché le scelte che incidono sul futuro della comunità vengono prese senza una discussione aperta. Senza questo passaggio, la politica si allontana dalle persone e le istituzioni diventano opache, anche quando restano formalmente legittime.
Questa logica non si ferma all’aula consiliare. Anche momenti che dovrebbero avere un forte valore educativo e istituzionale, come il coinvolgimento dei giovani nella vita pubblica, rischiano di trasmettere un’idea distorta della democrazia, intesa non come spazio di confronto ma come esercizio esclusivo del potere da parte di chi governa, come dimostra l’elezione del Consiglio Comunale dei giovani, trasformato in un affare privato della maggioranza. È questo l’insegnamento che vogliamo dare alle nuove generazioni? Che la democrazia sia un gioco a somma zero dove chi vince esclude l'altro e chi perde non ha diritto nemmeno alla parola?
Quella a cui assistiamo è una gestione utilitaria della cosa pubblica, dove il consenso non è il fine del buon governo, ma lo strumento per mantenere un'attitudine al comando che non tollera il dialogo.
Ai cittadini di Bibbiena vogliamo dire che questo non è "normale". Non è normale che i vostri rappresentanti vengano derisi o ignorati. Non è normale che le istituzioni diventino un salotto privato dove si consulta lo smartphone mentre si decide delle tasse e del futuro dei nostri figli. La democrazia a Bibbiena è oggi una facciata che nasconde un vuoto di rispetto e di visione: è ora che la comunità ne prenda coscienza.
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